Nagorno-Karabakh

Published on Febbraio 26th, 2020 | by Redazione Italia

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Oggi l’Azerbaigian commemora il massacro di Khojaly, avvenuto 28 anni fa

Lo ricordiamo con una delle “storie di Kamala”, tratta dall’appendice del libro Un tassista a Baku (2018), di Barbara Cassani.

D. A. – Khojaly

Ha una voce dolce, Durdana. Risponde alle domande in azerbaigiano, senza esitare, non tralasciando i particolari di tutte le vite che ha vissuto in soli 46 anni: sono almeno quattro, mi ritrovo a pensare, queste vite. C’è la prima, che corrisponde all’inizio della storia, e coincide con la sua nascita, il 12 gennaio 1972, a Khojaly, in un Azerbaigian che all’epoca era ancora parte dell’Unione delle Repubbliche Socialiste Sovietiche. Emergono i contorni di un’infanzia non senza difficoltà, insieme ai tre fratelli, alla madre e ai nonni materni, con l’ombra accennata di un primo dolore, per un padre morto nel 1980 per problemi cardiaci. Khojaly era un villaggio, in cui gli abitanti, circa 7.000, si dedicavano principalmente alle coltivazioni. Durdana si era diplomata, e aveva iniziato, nel 1988, a lavorare come operatore telefonico nel Centro di Comunicazione del luogo. La dimensione del villaggio, in cui ci si conosceva quasi tutti e si viveva in un’atmosfera familiare, scandita dai ritmi della natura, è in contrasto con il ruolo centrale che Khojaly si è ritrovato a ricoprire, suo malgrado, nel conflitto del Nagorno Karabakh tra Armenia e Azerbaigian: era infatti la sede dell’unico aeroporto della regione e l’unica autostrada che portava a Khankendi[i]passava proprio da lì.

Durdana era poco più di una bambina, nel pieno della sua prima vita, quando il suo lavoro l’ha catapultata nel conflitto tra Armenia ed Azerbaigian. Nel febbraio dell’88 c’erano state le prime avvisaglie di ciò che sarebbe successo, con manifestazioni, della parte armena, che intendevano rivendicare il possesso sulla regione. Nello stesso anno erano iniziate le prime espulsioni degli azerbaigiani da Khankendi. “Si respirava aria di pericolo, si percepiva che bisognava essere pronti a rispondere”, ricorda Durdana. Difficile avere certezze a sedici o diciassette anni, ma Durdana ne aveva una: che il Nagorno Karabakh fosse azerbaigiano, e che avrebbe dovuto cercare di contribuire ad aiutare la sua patria, attraverso il suo lavoro. Il 18 settembre 1988 a Khojaly si festeggiava un matrimonio. Era un giorno di gioia. Oggi Durdana lo ricorda come il concretizzarsi dei timori dei mesi precedenti: intorno alle cinque del pomeriggio gli armeni hanno sferrato il primo attacco, con uomini armati, poi fermati e sconfitti intorno alla zona dell’aeroporto. Controllare l’aeroporto significava la vittoria. Il conflitto è andato intensificandosi e dal 1 novembre 1991 Khojaly è stata isolata. Durdana, dal suo telefono, continuava ad essere spettatrice degli eventi, subiva minacce,  soprattutto notturne. Ricorda che le difficoltà sono andate aumentando: le strade erano bloccate, mancavano armi, munizioni, i negozi erano vuoti, privi di cibo. Circa duemila persone sono riuscite a fuggire con gli elicotteri. Chi era rimasto pativa la fame, chi non era fuggito perché voleva difendere la propria terra, non aveva armi per poterlo fare. Gli stessi elicotteri non riuscivano a decollare e ad atterrare, venivano colpiti, raramente riuscivano a portare generi alimentari e una volta sola, ricorda Durdana, cartucce. Cercavano di portar via le persone malate e le donne in gravidanza. Durdana non è mai andata via, fino alla fine: Khojaly aveva ancora due punti di forza, le comunicazioni via radio e telefono e l’aeroporto. Lei non voleva lasciare il suo lavoro. Fino alla notte del massacro di Khojaly, tra il 25 e il 26 febbraio 1992, la città aveva resistito grazie allo spirito dei suoi abitanti. C’era un ospedale, scuole, fabbriche. Se oggi Durdana deve pensare ad una causa, per la loro sconfitta, la identifica con la mancanza di armi e di munizioni. Molti erano disposti a combattere, ma non avevano modo di farlo. Nella notte tra il 25 e il 26 febbraio è iniziata la seconda vita di Durdana, durata otto lunghissimi giorni. E che ha cambiato tutto. Ha portato via la giovane che era vissuta fino ad allora, la sua salute, insieme alla sua casa. Nella notte dell’attacco, insieme alla sua famiglia, Durdana ha cercato di fuggire. A differenza dell’attacco del 1988, gli armeni non erano più soli. Di quei momenti la donna ricorda il gelo, la neve, i pianti dei bambini, i morti – 613, si è saputo solo successivamente. Catturata, insieme al fratello, vicino al villaggio di Askaran e additata come “informatore militare”, nei suoi otto giorni di prigionia, Durdana fu torturata e quasi uccisa. Oggetto di percosse e di brutalità di ogni tipo, è stata spettatrice di numerose uccisioni. Costretta al gelo, le sue mani sono state schiacciate perché erano le stesse che avevano maneggiato il telefono, che aveva permesso di inviare informazioni e richieste di aiuto. Dopo 8 giorni, le è stata concessa una terza vita. Insieme ad un centinaio di prigionieri, Durdana è stata liberata grazie ad uno scambio di prigionieri. Anche suo fratello è sopravvissuto e rilasciato. La madre è rimasta ferita. C’è un pensiero che l’accompagna: ogni morto a Khojaly è come un parente, si sentivano membri di una stessa famiglia, di una comunità. Ogni morto è una ferita aperta, che non provoca meno dolore delle ferite del corpo che non sono scomparse, nella terza vita. Durdana è stata trasferita a Baku. Le è stato estratto un proiettile dal piede, il suo corpo, provato dal gelo e dalle torture è andato incontro al diabete, a problemi al cuore. Non è mai più tornato quello di prima.

Durdana nella sua terza vita è vissuta a Baku, con la madre e i tre fratelli. “Una donna che ha subito otto giorni di torture, in ostaggio, non è una donna facile da sposare”, mi dice. Ma a ventisei anni si è sposata, e ha avuto una bambina. Durdana non è riuscita a parlare della sua tragedia per molti anni. Grazie al supporto del marito, da qualche anno è iniziata la sua quarta vita, quella della testimonianza. Si vergognava, all’inizio, di condividere ciò che aveva vissuto, ma poi ha compreso come il racconto fosse l’unico modo per far conoscere al mondo le atrocità di cui i nemici sono stati capaci, a Khojaly. Durdana ha raccontato la sua storia nel libro “Otto giorni nella prigionia armena”, ed è stata ospite negli Stati Uniti, in Turchia, in Russia, per portare la sua testimonianza. Se quando era giovane, a Khojaly, il suo obiettivo era difendere la sua patria, oggi il suo scopo è far conoscere al mondo la tragedia di Khojaly. Dice di trovare pace, quando ne parla. Anche se la sofferenza fisica non è terminata, e nuovi dolori sono giunti: suo marito è morto un anno e mezzo fa, lasciandola con la figlia. Durdana non nasconde che raccontare la sua storia sia molto pesante, per chi la ascolta, e per lei che ogni volta si trova a riviverla. Rivede i morti, i bambini e le donne. E proprio alle donne va il suo pensiero più affettuoso: nessuna donna dovrebbe essere ostaggio del nemico, in nessuna guerra. Durdana continua a scrivere libri, è in stampa un testo sui 613 morti di Khojaly e ne ha in mente un altro. Ogni mese un suo articolo viene pubblicato negli Stati Uniti. Ciò nonostante non si definisce una scrittrice, ma una testimone. C’è un termine su cui non indugia: per lei a Khojaly è stato commesso un genocidio. 

Probabilmente Durdana aveva dei sogni, nella sua prima vita. Nella sua terza vita, ha avuto la forza di creare una famiglia, avere una figlia, e di non dimenticare. Nella sua quarta vita, sta portando nel mondo la sua storia, con il coraggio dei sopravvissuti. Nonostante tutto, qualcuno dei suoi sogni si è avverato, e questa è una speranza per tutte le vittime dei conflitti. 

RED 

E’ possibile ordinare direttamente online il libro “Un tassista a Baku“, cliccando sul seguente link: http://www.aracneeditrice.it/index.php/pubblicazione.html?item=9788825519761

[i]Nome originario azero del capoluogo della provincia autonoma del Nagorno Karabakh, in azerbaigiano significa villaggio del Khan, poiché secondo numerose fonti lì risiedeva il Khan del Karabakh. Il nome fu cambiato in Stapanakert nel 1923 dal regime sovietico in onore del leader comunista armeno Stepan Sahowmyan. Venne nuovamente ripristinato in Khankendi quando, nel 1991, l’Azerbaigian riconquistò la propria indipendenza.

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